Una ovvia traversata
racconto di Simone Moro
Era una delle
tante giornate che avevo deciso di passare con un amico, a
chiacchierare di noi, di montagna, di lavoro di voglia
inesauribile di fare, pensare, agire.
Quella volta
l’amico non era un rampante coetaneo o un
professionista del verticale ma era un signore che da 3
anni aveva superato quota sessanta e che nella totale
normalità mi parlava di progetti alpinistica ancora da
realizzare. I nomi e i luoghi che uscivano dalla sua bocca
non erano però in lingua straniera e riferiti a luoghi
lontani. No quell’amico sparava a raffica nomi di
cime e località molto vicine, tutte italiane, molto
bergamasche !!!
Mario, questo il suo nome, mi mostrò una carta topografica
e la mise sul bordo destro del tavolo. Io feci per
guardarla e mi disse: aspettà! Che fretta hai!? Ne devo
mettere giù un'altra.
E così fece. Ne affiancò una seconda, ed il tavolo si coprì
di migliaia di linee, simboli, nomi, tracciati.
Mario pose il suo dito sul lato destro e cominciò a farlo
correre lungo una linea spartiacque che marcava tutta la
lunghissima linea delle Alpi Orobie. Quel dito si fermo
solo alla fine del tavolo, tutto a sinistra, in alto. Solo
allora lo tolse e mi disse: alurà? Set pront? ( allora, sei
pronto?).
A modo suo mi stava proponendo di essere suo compagno nella
realizzazione di un progetto che lo aveva respinto già due
volte ma che non lo aveva affatto demoralizzato.
Era sempre esistita quella traversata ma nessuno
l’aveva mai vista, corteggiata, tentata
all’infuori di Mario Curnis, quel vecchiaccio di 64
anni che se ti distrai ti è già passato avanti sul sentiero
e punta dritto all’obbiettivo.
Eh si perché Mario altro che essere uno alle porte della
terza età. Quello ti prende ancora a pedate nel culo se non
ti svegli e ti coccoli nell’ozio e nell’apatia.
Con me era già stato in Pamir e Thien shan ed aveva salito
in stile alpino e nessuno sconto nei carichi nello zaino, 3
cime di oltre 7000 metri!
Ok Mario “egne me”( vengo io) risposi a quel
suo invito e mi misi a tavola dato che Rosanna, sua moglie
e complice, stava per arrivare con una bella polenta
fumante con relativa sorpresa in un'altra pentola….
Mmmm!
Era il 12 settembre di quell’anno identico agli altri
che hanno chiamato del nuovo o vecchio millennio, quando
noi due ci siamo fatti scaricare al Passo del Vivione da
mio fratello Marcello che intontito dall’ora faceva
ancora più fatica a capire cosa stessimo per fare.. Eravamo
sul punto di confine tra Brescia e Bergamo
nell’ultima settimana di chiusura dei rifugi e nelle
prime di colori autunnali. Sopra di noi il monte Pertecata
di 2270metri, una cima semplice, anonima, senza glorie e
tragedie da raccontare, ma pur sempre una montagna anzi la
prima delle oltre cento vette che dovevamo salire.
“ Non cominciare a correre perché ti do una bastonata
in testa” fu il primo “consiglio” che
Mario mi disse e con i nostri zaini di oltre 20Kg ci
incamminammo entusiasti verso quella cima.
Da quel momento avevamo cominciato il tentativo vincente
della prima traversata delle Orobie restando sempre sulla
linea di creste e di confine rappresentata dalla nostra
catena montuosa. Il piede destro nel bresciano, poi nella
provincia di Sondrio ed in fine di lecco mentre il piede
sinistro sempre ancorato nella provincia bergamasco. Una
cavalcata rigorosa ed infinita di su e giù di vette grandi
piccole, piccolissime e vette fantasma neppure senza la
dignità di un nome ma identificate cartograficamente da una
semplice quota.
Nessun rifornimento in cresta, nessuna staffetta
organizzata,nessuna droga, nessuna sfida lanciata o record
da battere. Solo due ragazzotti che potrebbero essere padre
e figlio e una loro idea. Anzi in verità l’idea era
stata suggerita a Mario dall’Avvocato Piero Nava
alpinista appassionato che era stato con Mario, seppur con
mansioni diverse, nella spedizione all’Everest del
tenacia per essere materializzata e questo è quello che
abbiamo messo di nostro.

Una ad una dall’anonimo pertecata sono arrivate le
salite a tutte le oltre 100 vette della nostra catena
montuosa che come il Pertecata è parcheggiata e spesso
dimenticata dagli “intenditori” di alpinismo ed
escursioni. Neppure la quota massima fa notizia, 3050
metri, e forse solo il nome della montagna ad essa riferita
suscita un po’ di euforia, il Pizzo Coca….

Nessun grado alpinistico proibitivo, niente settimo,
ottavo, undicesimo. Niente di tutto questo. Solo un
passaggio di quinto grado con scarponi, corda legata in
vita, due chiodi e tre moschettoni, con quello zainetto in
spalla che ti riporta sempre alle tue dimensioni. Nessun
monotipo ma tanti interminabili metri di creste di ogni
qualità e solidità da superare slegati e veloci altrimenti
non arrivi più nel lecchese, proprio più. Non solo creste
appoggiate ma anche placconate verticali di ogni lunghezza
ed esposizione da superare sicuri e allegri perché
diversamente sarebbe infinitoooo.

Siamo stati
tredici giorni tra quelle cime, tra i suoi equilibri
naturali ed animali. Siamo stati accettati ed accolti su
quelle vette. Non è stata una prestazione solo alpinistica,
no. E’ stato un momento in cui molti mondi si sono
incontrati. Vecchio e giovane, un po’ alpinisti un pò
climbers e un po’ escursionisti. Abbiamo incontrato e
d apprezzato molti uomini che lavorano nei loro rifugi e
che ci hanno accolto, assistito, incoraggiato. Lasciavmo i
nostri zaini in cresta e poi giù da loro per poi ritornare
in cresta il giorno dopo. La montagna è stata quella di
sempre, con il brutto e il bel tempo, con la pioggia, il
freddo, la neve, i pericoli, le gioie, le paure, gli
imprevisti, e tanti, tantissimi animali che ci hanno sempre
accompagnato e guardato da ogni distanza.

Otto-dieci ore
al giorno è stata la media giornaliera dei nostri
spostamente con punte di 13 ore nelle tappe più lunghe e
delicate. Decifrare il punto più difficile rischierebbe di
offuscare altri momenti che magari sono stati meno
difficili ma molto più precariii….
Certo la zona del Gleno e del pizzo strinato le più
friabili, le cime di Coca, Scais, Redorta sono state belle
e molto alpinistiche, la zona del pizzo Gro, Salto e del
Diavolo quella delle sorprese e delle difficoltà
inaspettate. Le cime Cigola, Masoni, Zerna il festival
della nebbia, Il corno Stella, Toro, Lemma il simbolo della
neve che trasforma tutto… e il monte Ponteranica,
Valletto e tre Signori gli ultimi piacevoli ostacoli.
Adesso si arrabbieranno le cime che anche in questo
articolo non sono state nominate ma è per scoprire loro che
invito alpinisti esperti e pazienti a ripercorrere ciò che
Mario e io siamo riusciti a fare. Questa
“ovvia”traversata è li che vi aspetta….
SCHEDA TECNICA AGGIUNTIVA
Simone e Mario hanno effettuato la traversata portandosi
nello zaino Tenda,
materassini e Sacchi a Pelo. Per una ripetizione della loro
lunga "idea" non
è però necessaria la tenda. Bastano infatti Materassini e
Sacchi a pelo dato
che è sempre possibile alloggiare in rifugio o bivacchi
disposti lungo il
percorso. Bisogna però mettere in preventivo che per
raggiungere questi
luoghi riparati bisogna abbandonare la cresta ed abbassarsi
anche di 900
metri di dislivello per poi ritornare al punto lasciato il
giorno precedente
( 1400 mt. extra dopo magari 2-3000 effettuati). L'unico
rifugio sullo
spartiacque e dunque in cresta è il Rifugio Benigni a 2222
metri ma è
l'ultimo punto di ristoro prima dell'ultima liberatoria
tappa.
Ecco in sequenza i punti di appoggio utilizzabili.
-1°giorno: sosta al Rifugio Tagliaferri
- 2° giorno: sota al Bivacco AEM
- 3° giorno: sosta al Rifugio Curò ( lunga discesa dal
passo di Coca di
quasi 900mt)
- 4°giorno: sosta al rifugio Coca ( altra lunga discesa di
700mt)
- 5° giorno: sosta rifugio Brunone
- 6 giorno: sosta al Rifugio Longo o Rifugio Calvi
- 7° giorno: sosta al bivacco Pedrinelli ( in val sambuzza
al passo di
Publino)
- 8° giorno: in una baita abbandonata al Laghetto delle
Trote o al passo di
Dordona
- 9° giorno in una delle baite al Passo di Tartano
- 10° giorno: al rifugio, bar ristorante del Passo San
Marco ( wow....)
- 11° giorno: al rifugio Benigni
- 12° giorno: Rifugio Lecco oppure rientrare al paese di
Valtorta e a casa
( dipende dalle bevute...)
Simone e Mario hanno effettuato un pernotto in più sulla
cima del Pizzo
Scais a causa di un bivacco resosi necessario per il
maltempo.
I passaggi in roccia più difficili sono stati incontrati
sui 5 tiri di corda
che sono stati necessari per giungere in vetta al Pizzo del
Diavolo di tenda
dopo la salita al Pizzo dell'Ono.
Materiale Consigliato:
-mezza corda da 50 o 60 mt
- 2 imbragature leggere ( Simone e Mario non le hanno
portate e si sono
sempre legati in vita)
- 4 chiodi
- 4 nuts vari
- cordini
- 6/8 moschettoni ( loro ne avevano 3!!)
- caschetto
- non sono necessarie le scarpette da arrampicata. Ottimo
sarebbe avere i
modelli con suola Vibram.
- Sacco a pelo in piuma
- Materassino
- Fornelletto
- Cibo e pentolino ( non è una cattiva idea portarsi una
piccola moka del
caffè. Loro l'avevano)
- Mantella o completo antivento e acqua leggerissimi ma
efficaci.
- Macchina fotografica e rullini
- Abbigliamento termico ma non troppo ingombrante ( lo
zaino non deve ssere
un demonio dato che si arrampicherà sempre con quella
zavorra)
Ultimo consiglio e regola da rispettare per una ripetizione
vera ed
originale è racchiusa nella parola "RIGORE". Solo se si
resta sempre in
cresta e non si aggirano gli ostacoli degli infiniti su e
giù ha senso fare
questa lunga, bellissima prova. Molto spesso la tentazione
sarà forte e si
vedranno le tracce di camoscio che aggirano vette e
pinnacoli ma utilizzare
quelle piste sarebbe come barare e non poco...). Ogni volta
che poi
deciderete di andare ai vari rifugi vi consigliamo di
lasciare gli zaini in
cresta e scendere scarichi perché vi aiuterà a ritrovare la
voglia di
continuare il giorno dopo e ritornare lassù....!!