Odore di fumo.
di Emilio Previtali
Nell'aria dell'abitacolo l'odore di fumo mi graffia la
gola. E' lo stesso odore che riconosco nei bar di paese o
nelle osterie. Qui dentro è un po' meno diluito nell'odore
gommoso delle tovaglie di plastica stese sui tavoli e un
po' più imbastardito con l'odore delle corde e delle
imbragature d'arrampicata, ma è sempre lui. Odore di fumo.
Sono semi sdraiato nel
baule della macchina, lo Scudo blu del Càmos.
E' un autocarro e a
regola potremmo starci soltanto in tre. Noi siamo in 4, io,
Simone, Momi, e il Camos, appunto. Siamo un numero perfetto
per arrampicare e al tempo stesso un numero spurio,
imperfetto per viaggiare come persone normali su un
autocarro omologato per tre. Una infinità di oggetti
inutili appoggiati sul cruscotto scivolano da una parte
all'altra dell'abitacolo, ad ogni curva. Guanti,
moschettoni, carte, giornali, rinvii, cappelli in ordine
sparso. Penso che noi climber non saremo mai persone
normali, con sogni normali, e macchine normali. I furgoni
su cui viaggiamo hanno regolarmente qualche posto in meno
del necessario. Nemmeno Simone tutto sommato, che ha un
auto semisportiva familiare da 225 cv, può dire di
possedere una vettura normale. "Con tutti quegli adesivi
gialli, la tua firma e la tua faccia impiastrata sul
cofano, non sarà mica una macchina normale, la tua? Meglio
il mio Scudo." diceva il Camos. Forse è un modo per essere
sempre pronti a evitare le noiose compagnie e a rimanere
liberi per sempre, quello di avere auto inadatte alla
normalità. Io e Simone, che siamo i due "bòcia" del gruppo
anche se abbiamo ormai 40 anni suonati, torniamo dal
Messico. Il Camos e il Momi tornano da un cantiere a Milano
e sono venuti a prenderci in aereoporto. "Camos, dove sei?
Come faccio a trovarti quando usciamo? Noi siamo al ritiro
bagagli..." La risposta era stata semplice: " Appena esci
vedrai una stangona alta 2 metri, bellissima, bionda. Una
figa da paura. Deve essere una fotomodella. Ecco, io sono
appena dietro." Lui era lì, appiccicato dietro, con la
sigaretta in bocca e rideva.
Il Momi e il Camos in
questi giorni stanno lavorando sulla facciata di un
edificio alto 14 piani, e si calano dall'alto uno a fianco
all'altro. Ogni tanto fanno cadere un vaso
di gerani o si fanno fare un caffè dalle signore che spiano
dietro le tende. In fondo è come un normale lavoro da
muratore, si fa la stessa fatica, si fanno gli stessi
orari, si respira la stessa polvere. In più si rischiano le
penne attaccati a una corda. Ma è un lavoro da clìmber, non
si dipende da nessuno, puoi cominciare e smettere più o
meno quando vuoi. Sei solo tu, e la tua corda. Al limite il
tuo amico che si cala accanto a te, ma sulla sua propria
corda. Al Camos questo lavoro piaceva. Oddio, non gli
piaceva lavorare, intendo. Ma lo faceva volentieri. "Meglio
calarmi da un palazzo di 14 piani che portare giù da un
canyon o ad arrampicare o a sciare un gruppo di gente che
non ne ha voglia." Camos aveva una visione della
professione di Guida tutta sua. Essenziale, pura, priva di
compromessi. Pensare che a lui, un uomo di (allora) 46 anni
spesi per intero tra le montagne, l'avevano anche bocciato
al corso Guide. Probabilmente avevano paura di lui, le
Guide. Si, perchè lui era molto più che una Guida Alpina.
Lui era un Maestro, nel senso vero ed assoluto del termine.
Nel bene e nel male, nella generosità e nelle incazzature,
nel rigore intransigente dei suoi anni da astemio e nella
festa al bancone del bar. Il Càmos era un riferimento,
sempre. Tu sapevi perfettamente da che parte si sarebbe
messo ed era facile per chiunque seguire la sua traccia, da
una parte oppure dall'altra. Come volevi. E' così che si
cresce, seguendo e imparando a scegliere, osservando
qualcuno più esperto di te.
Non è così forse che dovrebbe essere una vera guida? Uno
che ti mostra la via, poi se tu a decidere se e come
percorrerla. Oggi invece vanno di moda quelli che ti fanno
fare la via, senza mostrartela. Sono molto più
rassicuranti. Al corso Guide lo avevano bocciato perchè è
normale fasi bocciare se dici ad un esaminatore che prima
di fare le domande a te, deve imparare ad arrampicare lui.
In dialetto bergamasco, per di più. Lo hanno sospeso per
due anni, per fargli capire che "fare la guida è una cosa
seria", così più o meno devono avergli detto. Poi però
erano rimasti ben in pochi a stargli vicino seriamente, ad
aiutarlo o se serviva a prenderlo di petto quando occorreva
scuoterlo per tirare fuori il meglio di lui. Senza
lasciarlo lì da solo, dopo la festa, a fare un'altra festa
ancora. Una dopo l'altra. Per fortuna c'era il Simone e
l’Adriano e il gruppo dei Camosci e gli amici di
sempre. E la festa a Cornalba. E il Momi. E la palestra di
Zogno. E il Vito. E poi, alla fine, anche il lavoro di
Guida. Alla fine la patacca gliela hanno data, e un po' la
sua vita è cambiata.
Sulla strada c'è troppo
traffico. Oggi c'è anche lo sciopero dei
camion. Il Càmos odia stare in coda,
quindi è perennemente alla ricerca della scorciatoioa
prodigiosa. Lui vuole andare, non importa dove. Andare. Ora
siamo quasi a Novara, la nostra meta è Bergamo, esattamente
dalla parte opposta. Io e Simone siamo in viaggio da 27
ore, ma ormai non abbiamo più sonno. Anzi. Abbiamo voglia
di stare ad ascoltare e di ricordare, ci lasciamo portare.
Non importa dove. Poi ci fermiamo a mangiare una pizza.
Siamo gli unici clienti del locale e possiamo parlare e
ridere ad alta voce e scherzare. Come non facevamo da un
sacco di tempo insieme.
Le giornate del Camos erano lunghissime. Qualsiasi cosa tu
dovessi fare con lui, lui era già pronto da un pezzo. Se
aveva in testa un progetto o una idea che lo entusiasmava,
o un lavoro da fare, non riusciva nemmeno a dormire. Si
sdraiava senza spogliarsi completamente, per qualche ora.
Ti dava appuntamento per l'indomani mattina e poi lui era
già lì ad aspettarti qualche ora prima. Si godeva la luce
dell'alba, il freddo pungente del mattino e il silenzio del
mondo che dorme ancora. Guardava le stelle svanire nel
cielo inghiottite dalla luce del giorno, con calma, in
anticipo sulla sveglia degli altri. E poi si incazzava con
te, perchè tu non eri ancora pronto. In realtà lui
diventava nervoso se non provavi il suo stesso entusiasmo
che gli toglieva il sonno, la fame, o la voglia di pensare
a qualsiasi altra cosa. Il Bruno era così. La sua anima si
nutriva delle cose che lo entusiasmavano.
A guardarlo da fuori, chi non lo conosceva, lo scambiava
per un casinista, uno scontroso, uno poco amichevole.
Sembrava insensibile e frettoloso, freddo e superficiale.
Me lo ricordo quel giorno in cui suo fratello se n'è
andato, incapace di gestire l'imbarazzo ed il dolore.
Parlava sfuggente e tentava di nascondersi dietro la
inevitabilità del destino, la logica delle cose che
finiscono. Magro e scavato in volto, dentro quel vestito
nero messo sopra una maglietta. Ma quello era l'esterno. Il
Camos era l'esatto opposto, delicato e sensibile,
orgoglioso e generoso. Colorato. Profondo. Sognatore.
Entusiasta.
Silenzioso come un padre, gioiva dei nostri progressi sulla
roccia, quando io e Simone ne facevamo. Allo stesso tempo
massacrava la nostra ambizione o le nostre aspirazioni
quando queste non erano in linea con le nostre possibilità
o con i nostri sogni. E con i suoi.
Il Càmos sapeva vedere un mondo diverso, animato da forze
celesti e armonioso. Studiava la fisica e l'astronomia. E
lo faceva da solo, da autodidatta. E come tutti gli
autodidatti a volte partiva per la tangente per qualcosa
che lo affascinava o lo colpiva. L'universo lo interessava
così a fondo che a volte pareva caderci dentro, attratto
dalla materia o dall'antimateria o da una di quelle cose di
atomi e di particelle di cui ogni tanto provava a spiegare.
Io non ne ho mai capito. Però lo stavo ad ascoltare,
affascinato dalla sua passione più che dal suo sapere. E' a
quella passione, a quella dedizione pura che gli ho letto
negli occhi una infinità di volte, che provo ad ispirarmi
quando lotto per ottenere qualcosa in cui credo.
Il
Camos è qui, seduto davanti a me, in pizzeria, e
racconta. Ogni giorno, ogni ora vissuta
con lui era un'avventura. Una infinità di avventure una
dietro l'altra. La sua normalità era per noi il succedersi
di episodi degni di essere raccontati o ricordati, il più
delle volte ridendo o altrettanto spesso riflettendo sulla
semplicità della vita, sull'ironia con cui si manifestano
le cose. Mantenendo il sorriso sulle labbra, sempre. Con
serietà, anche quella sempre, ma senza prendersi troppo sul
serio.
Riprendiamo la strada di
casa, è stata una bella serata. Ormai il traffico si è quasi
dissolto. In autostrada, occupando la prima delle quattro
corsie verso Bergamo, viaggiamo a 80 km/h. Lentissimi, in
assoluto silenzio. Nessuno dice al Camos che è seduto al
volante di accelerare. Lui è così, ha un suo ritmo da
seguire, a volte così veloce che ti manca il fiato, a volte
così lento che la testa ti si spacca di pensieri. Lui fuma
tranquillo. Il tempo si è fermato, è bello stare insieme.
La notte è come sospesa, nessuno di noi ha più voglia di
rientrare a casa. Anzi, no. Lui ora vorrebbe già essere a
S. Pellegrino. Il Camos ha cambiato ritmo, all'improvviso.
Pochi minuti e la sua mente si è proiettata avanti, a
domani mattina. Lui andrà verso la valle Brembana, noi
proseguiremo da soli su un’altra macchina. Ora ha
fretta. Da appuntamento al Momi, a tra poche ore. Ore 6.00
in punto, solito posto, torneranno a Milano e alle torri di
14 piani. Poi saluta Simone, asciutto e essenziale, loro
due si sentono sempre. Poi saluta me con un abbraccio e una
pacca sulle spalle e mi da appuntamento sulla neve.
“Speriamo che nevichi”, sogghigna indifferente
a un altro inverno iniziato con poca neve. Mi stringe la
mano e sento la sua pelle ruvida e le dita gonfiate dai
milioni di appigli che ha stretto. Lo ringrazio ancora una
volta per essere venuto a prendermi facendo una lunga
deviazione. "Grazie di che cosa, poi?" mi risponde, in
bergamasco. Poi se ne va.
Il
suo Scudo blu scompare dietro la curva, lento, senza
fretta. Nel buio dell’abitacolo
il punto di luce arancione della ennesima sigaretta accesa
gli tiene compagnia. E' l'ultima volta che ci siamo visti,
io e lui, una decina di giorni prima che se ne andasse per
sempre. E’ sparito dietro un’altra curva
ancora, sbattendo con la testa contro uno di quei muri di
roccia che ha sempre accarezzato con le mani. Anche quel
giorno senza saperlo, ancora una volta, ero nella sua
traccia, incolonnato prima della sua ultima curva,
cinquanta metri soltanto dietro al suo incidente . Eppure
io non sapevo. Cercavo già un'altra strada alternativa per
scappare via, come faceva sempre lui. Impaziente.
Per me Camos, rimarrai sempre in viaggio. Sempre in
movimento. Sarai sempre lì davanti, appena dietro la curva.
Una vera Guida, un vero Maestro, si segue con il cuore. Mi
abituerò a seguirti senza vederti, senza ascoltare la tua
voce rauca, senza sentire la tua pelle ruvida quando mi
stringi la mano. Ma credo che non riuscirò a non pensare a
te ogni volta che sentirò nell’aria e respirerò odore
di fumo.